Tolo tolo non è un film politico, tutt’al più democristiano

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!!! SPOILER ALERT DALL’INIZIO ALLA FINE !!!

Non fa ridere come Quo Vado o Sole a catinelle, d’accordo, non lo vedresti come i precedenti più volte, forse, ma si può dire tutto ma non che non sia divertente. Tolo tolo fa ridere, è un film interessante, è un film riuscito e per me non è un film politico, punto. La critica si spreca per misurare col righello ogni battuta, è due centimetri più a destra, 5 cm ben a sinistra e in sala il risatometro cerca di capire se il parterre è di sovranisti illusi dal trailer o di radical chic. In realtà in sala c’è di tutto, visto com’è andato il botteghino: c’è chi vuole ridere senza tanti pensieri.

IL PAESE DELLE TASSE

Il primo messaggio che Zalone vuole dare è: evadi o fallisci. Iva, irpef, ires, irap, sono tante, troppe le tasse in Italia. Ne perdi il conto, come il nome di quell’africano che suona tanto quanto una nuova imposta. “Mi pare di averla pagata”, dice Zalone. L’imprenditore della Murgia fallisce col suo ristorante e va a sognare in Kenya, in un villaggio turistico, meta da “sogno” alla Briatore e di tanti italiani che possono sorseggiare un drink perché sopravvissuti al fisco (aggirandolo o nel calciomercato di qualche assessore). 

Il messaggio è un’Italia “non è un paese per investitori”. Chi vuole creare lavoro non ce la fa, ma ce la fa chi, come il vigile, riesce a diventare assessore, ministro, parlamentare europeo. 

In Africa la trama si sposta sull’immigrazione – Zalone si unisce all’esodo che dal continente nero va verso lo Stivale. “Non ha parlato di questo, non ha parlato di quello sui migranti”, dicono. Vero, non sviscera il tema, ma d’altronde non è un trattato bensì un film e, per forza di cose, necessita di semplificazioni. Checco scatta tante fotografie sul tema ma in fondo ne sospende il giudizio. Sfido chiunque ad entrare in sala con una sua idea e ad uscirne smentito.

Abbiamo la scena di lui, da occidentale catapultato nel villaggio primitivo, in una sorta di Ace Ventura chic. Poi abbiamo ampie scene del viaggio della speranza, se avesse voluto avrebbe potuto spingere sull’acceleratore del patetismo – violenze, torture – ma non lo fa, sceglie piuttosto di sottolineare tutta l’ipocrisia della stampa, incarnata da un reporter-modello francese – a caccia di pathos – a bordo della sua bella macchina e solito riposare in hotel di lusso. 

Scavalca gli stereotipi come con la profuga non costretta ad andare a letto col reporter, infatti alla domanda di Zalone, in stile #metoo, “ti ha promesso di fare qualche film?”, lei risponde” no, sono io che ho paura di innamorarmi”.

Così come non ci sono buoni e cattivi a priori, e lo ricorda il profugo disposto a tradire gli amici per salvarsi la pelle. 

IL NON FINALE

Nessuna idea sul finale e parte la canzoncina cartoon alla Mary Poppins, è una cicogna strabica quella che ti porta in Africa.  “Non ho di certo io una soluzione, volevo far ridere e riflettere senza schieramenti”, dichiara Zalone a skytg24. 

D’altronde, lo sappiamo che non c’è granché da raccontare su come finisca l’emigrazione. Il festival delle contaminazioni è giusto tutto. Una mondanità fricchettona, la presentazione di un libro,  tarallucci e vino in salsa etnica ma poi, finita la festa? Chiunque conosce almeno uno dei ragazzi del raquet dei carrelli (o prostituzione o droga) – anni e anni davanti al supermercato sempre gli stessi, senza futuro – “se questo è trovare l’America” – e la battuta della raccolta dei pomodori, è lo schiaffo di verità che Zalone mette davanti a quella gente in fuga, “non c’è manco lavoro per me”, oppure “cosa approdiamo a Vibo Valentia? Ma allora è meglio la Libia”. Insomma, l’Italia è il paradiso mancato. 

Dall’altra ci sono le bombe, e quelli che scappano hanno delle ragioni dalla loro. Nessun sovranista può obiettare sui motivi per cui uno parta. E quando chiesi a un esperto di geopolitica se con un piano Marhall africano bloccheremmo l’immigrazione, lui mi rispose: “Affatto”. È il ceto medio che migra, perché ha i mezzi ed è consapevole delle sue aspettative. Come i nostri laureati che con aspettative sulla professione scappano, assieme anche a quelli che non sanno fare niente e comunque possono permettersi di fare un giro tra le lavastovigle londinesi. Quindi, appurate le ragioni per cui si scappa, poi i paesi ospitanti hanno tutto il diritto di stabilire i limiti alla loro accoglienza, come un padre di famiglia decide quanti ne può ospitare sul proprio divano letto. Così a suon di Brexit ci faranno capire quanto gli italiani sono desiderati se abbassano il costo del lavoro a Londra.

Anche la scena più “mielosa” del bambino con il sacrosanto diritto di unirsi al padre che Zalone definisce “è una ruffianata per commuovere”, viene un po’ inasprita dalla battuta che non manca: “Ricordati di fare la brava risorsa”, mentre il padre che non ci paga le pensioni perché non paga le tasse, non può che rendere orgoglioso il povero Zalone, che ne sa qualcosa.

Tante fotografie per riflettere e per prenderla con leggerezza, fuori dai tifi degli stadi dei social e della tv.

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IL PAESE DELLE TASSE

Il primo messaggio che Zalone vuole dare è: evadi o fallisci. Iva, irpef, ires, irap, sono tante, troppe le tasse in Italia. Ne perdi il conto, come il nome di quell’africano che suona tanto quanto una nuova imposta. “Mi pare di averla pagata”, dice Zalone. L’imprenditore della Murgia fallisce col suo ristorante e va a sognare in Kenya, in un villaggio turistico, meta da “sogno” alla Briatore e di tanti italiani che possono sorseggiare un drink perché sopravvissuti al fisco (aggirandolo o nel calciomercato di qualche assessore). 

Il messaggio è un’Italia “non è un paese per investitori”. Chi vuole creare lavoro non ce la fa, ma ce la fa chi, come il vigile, riesce a diventare assessore, ministro, parlamentare europeo. 

In Africa la trama si sposta sull’immigrazione – Zalone si unisce all’esodo che dal continente nero va verso lo Stivale. “Non ha parlato di questo, non ha parlato di quello sui migranti”, dicono. Vero, non sviscera il tema, ma d’altronde non è un trattato bensì un film e, per forza di cose, necessita di semplificazioni. Checco scatta tante fotografie sul tema ma in fondo ne sospende il giudizio. Sfido chiunque ad entrare in sala con una sua idea e ad uscirne smentito.

Abbiamo la scena di lui, da occidentale catapultato nel villaggio primitivo, in una sorta di Ace Ventura chic. Poi abbiamo ampie scene del viaggio della speranza, se avesse voluto avrebbe potuto spingere sull’acceleratore del patetismo – violenze, torture – ma non lo fa, sceglie piuttosto di sottolineare tutta l’ipocrisia della stampa, incarnata da un reporter-modello francese – a caccia di pathos – a bordo della sua bella macchina e solito riposare in hotel di lusso. 

Scavalca gli stereotipi come con la profuga non costretta ad andare a letto col reporter, infatti alla domanda di Zalone, in stile #metoo, “ti ha promesso di fare qualche film?”, lei risponde” no, sono io che ho paura di innamorarmi”.

Così come non ci sono buoni e cattivi a priori, e lo ricorda il profugo disposto a tradire gli amici per salvarsi la pelle. 

IL NON FINALE

Nessuna idea sul finale e parte la canzoncina cartoon alla Mary Poppins, è una cicogna strabica quella che ti porta in Africa.  “Non ho di certo io una soluzione, volevo far ridere e riflettere senza schieramenti”, dichiara Zalone a skytg24. 

D’altronde, lo sappiamo che non c’è granché da raccontare su come finisca l’emigrazione. Il festival delle contaminazioni è giusto tutto. Una mondanità fricchettona, la presentazione di un libro,  tarallucci e vino in salsa etnica ma poi, finita la festa? Chiunque conosce almeno uno dei ragazzi del raquet dei carrelli (o prostituzione o droga) – anni e anni davanti al supermercato sempre gli stessi, senza futuro – “se questo è trovare l’America” – e la battuta della raccolta dei pomodori, è lo schiaffo di verità che Zalone mette davanti a quella gente in fuga, “non c’è manco lavoro per me”, oppure “cosa approdiamo a Vibo Valentia? Ma allora è meglio la Libia”. Insomma, l’Italia è il paradiso mancato. 

Dall’altra ci sono le bombe, e quelli che scappano hanno delle ragioni dalla loro. Nessun sovranista può obiettare sui motivi per cui uno parta. E quando chiesi a un esperto di geopolitica se con un piano Marhall africano bloccheremmo l’immigrazione, lui mi rispose: “Affatto”. È il ceto medio che migra, perché ha i mezzi ed è consapevole delle sue aspettative. Come i nostri laureati che con aspettative sulla professione scappano, assieme anche a quelli che non sanno fare niente e comunque possono permettersi di fare un giro tra le lavastovigle londinesi. Quindi, appurate le ragioni per cui si scappa, poi i paesi ospitanti hanno tutto il diritto di stabilire i limiti alla loro accoglienza, come un padre di famiglia decide quanti ne può ospitare sul proprio divano letto. Così a suon di Brexit ci faranno capire quanto gli italiani sono desiderati se abbassano il costo del lavoro a Londra.

Anche la scena più “mielosa” del bambino con il sacrosanto diritto di unirsi al padre che Zalone definisce “è una ruffianata per commuovere”, viene un po’ inasprita dalla battuta che non manca: “Ricordati di fare la brava risorsa”, mentre il padre che non ci paga le pensioni perché non paga le tasse, non può che rendere orgoglioso il povero Zalone, che ne sa qualcosa.

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