I Macchiaioli arrivano a Genova, mostra a Palazzo della Meridiana

La curatrice Simona Bartolena racconta la mostra “I macchiaioli” allestita a Palazzo della Meridiana fino al 9 dicembre. Uno sguardo originale per rivalorizzare l’800 italiano e il genio artistico nato nella culla fiorentina in pieno Risorgimento che con le macchie ha portato la luce atmosferica nella pittura italiana

Se parliamo di arte, di Ottocento, è facile che subito si pensi all’Impressionismo francese. Pur avendoli studiati di sicuro sui libri di scuola, corre meno immediato il pensiero ai macchiaoli.  Ma è proprio su di loro, sulla genialità elaborata al Caffè Michelangelo di Firenze che Palazzo della Meridiana vuole puntare l’attenzione, con la mostra dal titolo monografico e secco  “I macchiaioli” allestita dal 14 settembre fino al 9 dicembre 2018. Ancora una volta, Palazzo della Meridiana esce dalle gabbie modaiole in cui confinano tante mostre, preferendo uno sguardo originale.

Sala 4

Le 50 opere in mostra, provenienti da musei e da privati, raccontano la parabola del movimento pittorico della macchia. “Come tutte le rivoluzioni, c’è una fase acuta, di eccesso stilistico, di ribellione, per arrivare a una fase più morbida nei toni, fino allo disgregarsi del gruppo, ognuno per la sua strada – spiega Simona Bartolena, curatrice della mostra – la macchia è un movimento storico fondamentale per l’Italia che ha fatto uscire la pittura dal retaggio tardo romantico a qualcosa di aperto, verso l’Europa, verso la pittura en plein air”.

Ma la curatrice avverte, guai a dire che i macchiaioli sono gli impressionisti italiani perché è un errore: “Signorini, Fattori, Cabianca, Banti, Sernesi, Borrani, Lega, precedono l’impressionismo, il cuore della Macchia è dal 1855 al 1862, mentre Manet dipingerà dal 1863”.

Per entrambi i movimenti pittorici tutto ha inizio con la scuola di Barbizon en Plein air. Alcuni artisti del Michelangelo si recano a Parigi a visitare l’Esposizione universale e rimangono folgorati da questa novità di dipingere un paesaggio, non rinchiusi in uno studio ma dentro l’ambiente. E dalla Ville Lumière il messaggio di dipingere “dal vero”, “all’aria aperta” arriva a Firenze.

Entrambe partono dal plein air per arrivare a soluzioni su tela differenti: “Gli impressionisti cancellano i contorni, sfaldano la pennellata, mentre i macchiaioli chiudono in contorni, scegliendo la strada della geometria”.

La prima sala si apre con una serie di ritratti caricaturali: “Apparentemente possono sembrare slegati alla mostra ma in realtà raccontano l’atmosfera goliardica che si respirava nel gruppo, ci sono sia caricature di pittori e sia di frequentatori del locale, potete immaginare quanto si divertissero a ritrarre gli accademici che proprio passavano davanti al Michelangelo, infatti, l’allora via Larga, oggi via Cavour, in cui risiede il caffè, è l’arteria che collega Santa Maria del Fiore all’Accademia”.

I macchiaioli nascono a Firenze, mica per caso, ma la culla fiorentina appartenente al Granducato di Toscana è una città liberale, priva di censura, e questo fa sì che in quegli anni del Risorgimento vi sia una forza centripeta da tutta Italia: lombardi, veneti, campani accorrono al Michelangelo.

Ed è appunto in questo contesto che il soggetto risorgimentale per la prima volta si sviluppa in pittura in un modo libero: “Non come Hayez che usava il 400 per parlare di Italia unita”, ma coi macchiaioli il tema entra senza parafrasi narrando la vita quotidiana militare, con tono severo, non celebrativo. Quasi tutti gli artisti partecipano alla guerra e Sernesi muore a ventotto anni nella terza guerra d’indipendenza.

Nel percorso espositivo non manca il tema d’elezione dei Macchiaioli che è ovviamente il paesaggio. Non ci sono dettagli ma macchie di colore. D’altronde quando guardi un paesaggio assolato i tuoi occhi percepiscono macchie di diverso peso. Ed è questo che vogliono spiegare i macchiaioli: è l’insieme delle macchie in grado di restituire l’effetto di vero.

Con loro arriva in Italia il concetto di atmosfera, la percezione della luce reale, le vibrazioni cromatiche dell’aria. È pazzesco vedere come da vicino siano colpi di colore ma da lontano sia assicurato il senso del vero.

Per gli accademici quei quadretti con macchie appaiono come un bozzetto. Sono gli accademici a definirli con tono dispregiativo macchiaioli, ma loro adottano con orgoglio quell’epiteto che rispecchia a pieno la loro idea.

Scandalizzava la dimensione. Ma la piccolezza delle opere macchiaiole, oltre alla comodità di un tascabile en plein air, è per loro una forza: la dimensione contenuta dell’opera permette un vero sguardo di studio.

Eppure impressionismo e macchia hanno avuto un’eco diversa. Le ragioni sono molteplici: “Intanto Parigi non è Firenze. La capitale francese rappresentava il cuore culturale europeo, mentre l’Italia, che ancora non esisteva, era provinciale e di questo ne risentono i macchiaioli. Poi ha giocato forza l’eredità degli impressionisti con Cezanne, Gaugain e le avanguardie, mentre per i macchiaioli l’eredità è contenuta all’Italia”.

Altri fattori che hanno fatto da megafono agli impressionisti sono di sicuro “gli elementi semplici, una coscienza di sé più importante, galleristi famosi a disposizione, per non parlare di Paul Durand-Ruel che porta a New york e a Londra le loro opere che, infatti, trovano sede in tanti musei internazionali”.

Altri temi raccontati in mostra, sono le “Marine”: i macchiaioli indagano una sequenza di luoghi della costa tirrenica e ligure, ma anche le “Vedute cittadine”, le quali sono senza un approccio da vedutisti, “non ci sono cartoline, ma scorci esasperati, inconsueti, in cui i contrasti cromatici sono sempre riassunti in una macchia senza dettaglio”.

Interessante è il loro rapporto con la fotografia percepita non come nemico ma alleato, e i macchiaioli la valorizzano usandola per studiare luci e inquadrature.

Non mancano le scene di vita quotidiana e con i macchiaioli la contadina diventa soggetto pittorico, ed è una novità per l’Italia, indice di ribellione accademica. “Tuttavia la campagna ha ancora uno sguardo formale e non di denuncia del quotidiano, non c’è ancora il valore sociale che vedremo più avanti ad esempio con Pellizza da Volpedo”.

Nelle ultime sale la macchia evolve in un minor estremismo, tornano gli occhi, il naso. Guardando i “Fidanzati” di Lega si nota il tramonto, ma il rosso non è solo la fine del giorno, e non è neanche soltanto la tristezza del pittore per la compagna malata. C’è una malinconia che si estende all’intero movimento: “E’ finito un mondo, l’Italia è unita ma c’è malcontento, i macchiaioli si sentono traditi, privati di un ideale, loro che si erano spesi tanto per l’indipendenza” conclude Bartolena.

Nel 1870 i Macchiaoli ormai sono ognuno per la propria strada, la parentesi che ha portato la luce vera, l’atmosfera, è un racconto che si chiude, è tempo per la storia dell’arte di girare pagina.

I Fidanzati
Silvestro Lega, I fidanzati
12_ Raffaello SERNESI_Punta Righini Castiglioncello_olio su tavola
Raffaello Sernesi, Punta Righini – Castiglioncello
Cabianca_Case_Spiaggia_a_Viareggio
Vincenzo Cabianca, Spiaggia a Viareggio

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La curatrice Simona Bartolena racconta la mostra “I macchiaioli” allestita a Palazzo della Meridiana fino al 9 dicembre. Uno sguardo originale per rivalorizzare l’800 italiano e il genio artistico nato nella culla fiorentina in pieno Risorgimento che con le macchie ha portato la luce atmosferica nella pittura italiana

Se parliamo di arte, di Ottocento, è facile che subito si pensi all’Impressionismo francese. Pur avendoli studiati di sicuro sui libri di scuola, corre meno immediato il pensiero ai macchiaoli.  Ma è proprio su di loro, sulla genialità elaborata al Caffè Michelangelo di Firenze che Palazzo della Meridiana vuole puntare l’attenzione, con la mostra dal titolo monografico e secco  “I macchiaioli” allestita dal 14 settembre fino al 9 dicembre 2018. Ancora una volta, Palazzo della Meridiana esce dalle gabbie modaiole in cui confinano tante mostre, preferendo uno sguardo originale.

Sala 4

Le 50 opere in mostra, provenienti da musei e da privati, raccontano la parabola del movimento pittorico della macchia. “Come tutte le rivoluzioni, c’è una fase acuta, di eccesso stilistico, di ribellione, per arrivare a una fase più morbida nei toni, fino allo disgregarsi del gruppo, ognuno per la sua strada – spiega Simona Bartolena, curatrice della mostra – la macchia è un movimento storico fondamentale per l’Italia che ha fatto uscire la pittura dal retaggio tardo romantico a qualcosa di aperto, verso l’Europa, verso la pittura en plein air”.

Ma la curatrice avverte, guai a dire che i macchiaioli sono gli impressionisti italiani perché è un errore: “Signorini, Fattori, Cabianca, Banti, Sernesi, Borrani, Lega, precedono l’impressionismo, il cuore della Macchia è dal 1855 al 1862, mentre Manet dipingerà dal 1863”.

Per entrambi i movimenti pittorici tutto ha inizio con la scuola di Barbizon en Plein air. Alcuni artisti del Michelangelo si recano a Parigi a visitare l’Esposizione universale e rimangono folgorati da questa novità di dipingere un paesaggio, non rinchiusi in uno studio ma dentro l’ambiente. E dalla Ville Lumière il messaggio di dipingere “dal vero”, “all’aria aperta” arriva a Firenze.

Entrambe partono dal plein air per arrivare a soluzioni su tela differenti: “Gli impressionisti cancellano i contorni, sfaldano la pennellata, mentre i macchiaioli chiudono in contorni, scegliendo la strada della geometria”.

La prima sala si apre con una serie di ritratti caricaturali: “Apparentemente possono sembrare slegati alla mostra ma in realtà raccontano l’atmosfera goliardica che si respirava nel gruppo, ci sono sia caricature di pittori e sia di frequentatori del locale, potete immaginare quanto si divertissero a ritrarre gli accademici che proprio passavano davanti al Michelangelo, infatti, l’allora via Larga, oggi via Cavour, in cui risiede il caffè, è l’arteria che collega Santa Maria del Fiore all’Accademia”.

I macchiaioli nascono a Firenze, mica per caso, ma la culla fiorentina appartenente al Granducato di Toscana è una città liberale, priva di censura, e questo fa sì che in quegli anni del Risorgimento vi sia una forza centripeta da tutta Italia: lombardi, veneti, campani accorrono al Michelangelo.

Ed è appunto in questo contesto che il soggetto risorgimentale per la prima volta si sviluppa in pittura in un modo libero: “Non come Hayez che usava il 400 per parlare di Italia unita”, ma coi macchiaioli il tema entra senza parafrasi narrando la vita quotidiana militare, con tono severo, non celebrativo. Quasi tutti gli artisti partecipano alla guerra e Sernesi muore a ventotto anni nella terza guerra d’indipendenza.

Nel percorso espositivo non manca il tema d’elezione dei Macchiaioli che è ovviamente il paesaggio. Non ci sono dettagli ma macchie di colore. D’altronde quando guardi un paesaggio assolato i tuoi occhi percepiscono macchie di diverso peso. Ed è questo che vogliono spiegare i macchiaioli: è l’insieme delle macchie in grado di restituire l’effetto di vero.

Con loro arriva in Italia il concetto di atmosfera, la percezione della luce reale, le vibrazioni cromatiche dell’aria. È pazzesco vedere come da vicino siano colpi di colore ma da lontano sia assicurato il senso del vero.

Per gli accademici quei quadretti con macchie appaiono come un bozzetto. Sono gli accademici a definirli con tono dispregiativo macchiaioli, ma loro adottano con orgoglio quell’epiteto che rispecchia a pieno la loro idea.

Scandalizzava la dimensione. Ma la piccolezza delle opere macchiaiole, oltre alla comodità di un tascabile en plein air, è per loro una forza: la dimensione contenuta dell’opera permette un vero sguardo di studio.

Eppure impressionismo e macchia hanno avuto un’eco diversa. Le ragioni sono molteplici: “Intanto Parigi non è Firenze. La capitale francese rappresentava il cuore culturale europeo, mentre l’Italia, che ancora non esisteva, era provinciale e di questo ne risentono i macchiaioli. Poi ha giocato forza l’eredità degli impressionisti con Cezanne, Gaugain e le avanguardie, mentre per i macchiaioli l’eredità è contenuta all’Italia”.

Altri fattori che hanno fatto da megafono agli impressionisti sono di sicuro “gli elementi semplici, una coscienza di sé più importante, galleristi famosi a disposizione, per non parlare di Paul Durand-Ruel che porta a New york e a Londra le loro opere che, infatti, trovano sede in tanti musei internazionali”.

Altri temi raccontati in mostra, sono le “Marine”: i macchiaioli indagano una sequenza di luoghi della costa tirrenica e ligure, ma anche le “Vedute cittadine”, le quali sono senza un approccio da vedutisti, “non ci sono cartoline, ma scorci esasperati, inconsueti, in cui i contrasti cromatici sono sempre riassunti in una macchia senza dettaglio”.

Interessante è il loro rapporto con la fotografia percepita non come nemico ma alleato, e i macchiaioli la valorizzano usandola per studiare luci e inquadrature.

Non mancano le scene di vita quotidiana e con i macchiaioli la contadina diventa soggetto pittorico, ed è una novità per l’Italia, indice di ribellione accademica. “Tuttavia la campagna ha ancora uno sguardo formale e non di denuncia del quotidiano, non c’è ancora il valore sociale che vedremo più avanti ad esempio con Pellizza da Volpedo”.

Nelle ultime sale la macchia evolve in un minor estremismo, tornano gli occhi, il naso. Guardando i “Fidanzati” di Lega si nota il tramonto, ma il rosso non è solo la fine del giorno, e non è neanche soltanto la tristezza del pittore per la compagna malata. C’è una malinconia che si estende all’intero movimento: “E’ finito un mondo, l’Italia è unita ma c’è malcontento, i macchiaioli si sentono traditi, privati di un ideale, loro che si erano spesi tanto per l’indipendenza” conclude Bartolena.

Nel 1870 i Macchiaoli ormai sono ognuno per la propria strada, la parentesi che ha portato la luce vera, l’atmosfera, è un racconto che si chiude, è tempo per la storia dell’arte di girare pagina.

I Fidanzati
Silvestro Lega, I fidanzati
12_ Raffaello SERNESI_Punta Righini Castiglioncello_olio su tavola
Raffaello Sernesi, Punta Righini – Castiglioncello
Cabianca_Case_Spiaggia_a_Viareggio
Vincenzo Cabianca, Spiaggia a Viareggio

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