Che i piccoli organismi potessero mettere in ginocchio il mondo, lo sappiamo dai virus e chi non ne era convinto si è ricreduto con la Covid (la, in quanto la malattia Covid, come correttamente si dice la Sars). Sul ring della natura, i piccoli possono mettere i grandi k.o. Un piccolo coleottero batte le altissime palme. Un piccolo batterio batte i possenti ulivi. Una formica batte il leone. Ma andiamo con ordine.
Il punteruolo rosso batte le palme
C’è un coleottero che ha cambiato la geografia dell’Italia ed è il famigerato punteruolo rosso. Nome scientifico, Rhynchophorus ferrugineus. Fu segnalato per la prima volta in Italia nel 2004, giungendo nei nostri lidi dai paesi asiatici, per colpa “dei coccobelli”, il commercio di cocco, appunto.
Diffondendosi a gran velocità, ha parassitato oltre la metà delle bellissime palme delle Canarie (Phoenix canariensis) che ornavano lo Stivale: dalla Liguria alla Sicilia. Il punteruolo ha stravolto il profilo delle nostre passeggiate e dei nostri giardini storici. La Riviera delle Palme, – quella di Alassio e Finale, per intenderci – la riviera della provincia di Savona, non esiste più.
L’insetto ha trasformato quelle magnifiche fronde a ventaglio in fronde piangenti. I ceppi morti si stagliano sul blu del mare come totem di guerra. D’altronde, è una vera battaglia quella che ha visto arruolare l’uomo per difendere gli alberi. E nella quale, finora, ha subito solo pesanti sconfitte.
La xylella batte gli ulivi
Altro luogo geografico, stesso problema. A soffrire una strage di alberi c’è anche il Salento. Un tempo era la terra degli ulivi, erano ben 60 milioni, praticamente un terzo dell’intero patrimonio nazionale, ma la Coldiretti oggi dichiara che 21 milioni sono stati infettati.
Danni incalcolabili per la produzione di olio di oliva, ma anche per il valore naturalistico, considerando che nel Salento si contavano 5 milioni di ulivi secolari e 300mila millenari.
Il colpevole questa volta è un batterio, la Xylella fastidiosa ed è la cicala sputacchina, l’animale vettore che la inocula nei tessuti degli alberi. Anche la xylella è arrivata in Italia per errore. Dal Sudamerica ha fatto una prima tappa in Olanda, seguendo le rotte del commercio florovivaistico.
Quando una specie non appartiene ad un territorio si dice che è alloctona o aliena, per distinguerla dalla fauna e flora autoctona o originaria. Una specie aliena inserendosi nel delicato equilibrio di un ecosistema, messo a punto in millenni di evoluzione, è capace di creare squilibri impensabili. Il punteruolo e la xylella ne sono egregi esempi, ma gli esempi in tutto il pianeta sono davvero tantissimi. L’uomo, consapevole o inconsapevole, è un magnifico Caronte, traghettatore di specie aliene coi suoi imprudenti spostamenti dell’era globale.
La formica batte il leone
C’è un effetto domino, una reazione a catena che fa davvero strabuzzare gli occhi. Una formica anch’essa forestiera, proveniente dall’isola di Mauritius, si è diffusa in Kenya sugli alberi di acacia. In realtà, si è diffusa in tutto il pianeta. L’animale in questione è la formica dalla testa grossa, la Pheidole megacephala, considerata tra le 100 specie più invasive del mondo. Ad esempio, alle Hawaii sta portando all’estinzione una lucertola endemica.
In Kenya, nell’area protetta di Ol Pejeta Conservancy, è stata studiata per 18 anni, da un gruppo capitanato dallo scienziato Kamaru della statunitense University of Wyoming. L’articolo è appena stato pubblicato su Science.
La formica dalla testa grossa è arrivata in Kenya nel 2000 ed è colpevole di aver eliminato dalle acacie le diverse specie di formiche del genere Crematogaster (C. mimosae, C. sjostedti, C. nigriceps).
Si tratta di formiche che avevano instaurato con l’acacia “Vachellia drepanolobium” una simbiosi mutualistica davvero interessante.
L’acacia fornisce all’insetto lo zucchero e una casa, in cambio, la formica allontana gli erbivori. Come ci riesce? Semplice, la formichina così microscopica in realtà punzecchiando e rilasciando feromoni riesce a tenere alla larga tutti i divoratori di foglie, in particolare i grandi elefanti. Il risultato finale è che le acacie restano lussureggianti e il leone, nascondendosi tra gli alberi, riesce a predare le zebre.
Ma questa millenaria simbiosi viene spezzata, per colpa dell’arrivo della formica aliena e tutto cambia radicalmente. La formica testa grossa non sa punzecchiare e agli erbivori non pare vero: indisturbati ruminano senza sosta. Le acacie, di conseguenza, diventano spoglie e i leoni non riescono più nella caccia all’agguato. Nel conteggio finale le zebre sono salve ma i bufali meno. Infatti, i leoni ripiegano le loro fatiche di caccia proprio su questi ultimi.

L’avanzata della formica aliena che batte leone, quale futuro?
Per adesso i leoni non sono diminuiti di numero e hanno “solo” cambiato dieta ma il paesaggio desolato è uno squilibrio allarmante. Considerando, poi, che l’avanzata di queste formiche procede al ritmo di circa 50 metri all’anno cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
Innanzitutto c’è un problema naturalistico: le acacie spoglie e il pericolo per tanti animali legati ad esse. Ad esempio, anche giraffe e rinoceronti – neanche a dirlo, entrambi in pericolo di estinzione – si nutrono di foglie di acacia. Secondariamente, ci potrebbe essere una ricaduta sull’economia del Kenya. Se i leoni abbandonano la zona? Se le giraffe e i rinoceronti fanno lo stesso? Una piccola formichina potrebbe danneggiare anche l’ecoturismo dei safari. La formica dalla testa grossa, il punteruolo, la xylella ci insegnano a intervenire subito: perché sappiamo quanto poi sia arduo e costoso restaurare la natura.

