La prima mostra su san Giorgio a Genova. Opere dal Louvre per il santo che uccise il drago e che è simbolo della città
La figura di San Giorgio accompagna Genova nei secoli. Dalla bandiera, alla sua prima banca, fino al nuovo ponte “San Giorgio” che rinasce sulle macerie del Morandi. Per la prima volta nella storia, Genova gli dedica una mostra monografica. Sono 34 opere con prestiti da tutta Italia – tra cui Firenze, Pisa, Roma, Bergamo – e prestiti da tutta Europa – tra cui il Museo del Louvre di Parigi e i musei di Amburgo, Bruxelles e Colonia. È allestita fino al 1 marzo 2026 a Palazzo Reale di Genova.
San Giorgio: il “marchio”
La prima sala ci parla di san Giorgio “marchio della città”. La sua effige è richiesta sui palazzi nobiliari, sugli stemmi, nelle botteghe, sulle monete, sulle bandiere delle navi. Come dimostra il bassorilievo del XV secolo proveniente dal portale di un palazzo della famiglia De Franchi, ubicato nei carruggi.
L’immagine di san Giorgio è associata a prestigio, supremazia e protezione. Perciò non poteva che intitolarsi a lui il Banco di san Giorgio, istituito nel 1407, che, di fatto per molti studiosi, rappresenta la prima banca con funzione pubblica d’Europa.

San Giorgio: il guerriero
La seconda sala approfondisce il tema di san Giorgio come “santo guerriero”. Egli, infatti, è invocato dai soldati durante le Crociate ed appare in visioni a guidare armate celesti. Appare ai genovesi durante la presa di Antiochia nel 1098, ritenuta inespugnabile. Appare al fianco di Riccardo Cuor di Leone, nella terza Crociata del 1191.
La raffigurazione classica di san Giorgio lo celebra nel momento di trafiggere il drago, ed è così anche nella tela in prestito da Venezia, dall’Abbazia di San Giorgio Maggiore. La scena si concentra sull’eroe. La principessa, ad esempio, è piccolina dietro un albero, in secondo piano. Si nota appena. Così come le vicende relative al martirio sono in basso nella predella, quasi fosse un sottotitolo.

San Giorgio: il martire
La terza sala ci parla degli inizi. Quando san Giorgio era “solo” un soldato martire della Cappadocia, nell’attuale Turchia. Non ci sono draghi o principesse, ma non si può dire che non ci fosse già la stoffa da eroe.
Se di per sé il martirio è eroico, Giorgio è un super martire. È perseguitato da Diocleziano e prima di subire la decapitazione nel 303 d.C, va incontro a terribili torture e sfide col demonio, come attestano le Passiones in greco e siriaco.
Pian piano che avanzano i secoli la sua impresa si impreziosisce di fatti. Dal VI secolo inizia ad abbattere un piccolo serpente, dal XII secolo arriva la principessa, dal XIII con l’arte bizantina sale a cavallo ed è un cavaliere che uccide un mostro alato e velenoso.
Da sottolineare che, oltre a san Giorgio, anche altri santi dell’Oriente e sempre diffusi a Genova come san Teodoro, appaiono a difesa dei Crociati e sono “sauroctoni” cioè uccisori di rettili. Oltre ai santi, anche l’arcangelo Michele è spesso dipinto nell’atto di sconfiggere il demonio nelle sembianze di un rettile.
In questa sala c’è un particolare restauro di un dipinto di Bartolomeo Bulgarini, in prestito dal museo nazionale di san Matteo di Pisa. Avvenuto nel 2024, ha tolto ogni dubbio su chi fosse il soggetto. Si pensava fosse san Giorgio ma quelle ali comparse dopo la pulizia hanno confermato altro: è proprio l’arcangelo guerriero.

San Giorgio: il cavaliere
La quarta sala ci permette di dare uno sguardo a tutta la simbologia su san Giorgio. Il cavallo? È la dinamys (forza vitale) del santo, la lancia unisce il valore militare a quello della fede. Il drago richiama al mito di Perseo e nel cristianesimo è il simbolo del Male in ogni forma: Satana, l’Anticristo, l’eresia. La principessa è la Chiesa o l’anima del credente che viene salvata. La città è l’umanità intera che viene convertita.
Il mostro che viene trafitto da san Giorgio è una creatura che racchiude elementi di animali diversi. Striscia o vola o scuote la terra, proprio come avveniva per le sculture gotiche. In mostra c’è, appunto, un doccione del Duomo di Milano: una Gargolla dalle forme di una creatura immaginaria terrificante.

Da notare anche la meravigliosa tavola in prestito da Brescia, dalla Pinacoteca Tosio-Martinengo, in cui appare la principessa ma questa volta di dimensioni uguali al santo. La scena ci proietta, infatti, nel mito del cavaliere e nella “pittura cortese”. Da osservare anche una certa tridimensionalità resa grazie a parte dell’armatura e dei finimenti del cavallo in gesso dorato.
A fissare nell’immaginario di tutta Europa la figura di san Giorgio cavaliere con tutti i tratti che noi riconosciamo ci pensa la “Legenda Aurea” di Iacopo da Varazze del 1260.

Dal Louvre a Genova: i tesoretti
La quinta sala si intitola tesoretti e, d’altronde, tra reliquiari e manoscritti non c’è nome più azzeccato. Tra gli oggetti da non perdere, direttamente dal Louvre c’è un clipeo realizzato con la tecnica diffusa in Oriente del micromosaico. Si tratta di un piccolo tondo in legno e rame fabbricato a Costantinopoli che serviva per la preghiera personale, come le ‘immaginette’ usate oggi. Da notare la maestria delle ombre che rendono il mantello come mosso dal vento.

Il mistero della bandiera
Nella sesta sezione si continua con altri aspetti accennati nella prima sala in cui si parlava “del marchio- san Giorgio”. In mostra ci sono diverse opere che confermano questo intreccio tra sacro e civile e ci permettono di capire meglio il san Giorgio che da devozione personale diventa protettore della collettività. Un’evocazione più che attuale se pensiamo al sindaco Bucci e all’intitolazione del Ponte autostradale (ex Morandi) in San Giorgio, nel 2020.
Ma cosa c’è di più collettivo del simbolo della bandiera di una città? Genova, non a caso, ha scelto come bandiera quella di san Giorgio. E di sicuro è stata una delle prime città ad adottare la croce rossa in campo bianco, vessillo portato dai crociati e dedicato a Giorgio, in qualità di santo guerriero. Ma attorno a questa bandiera c’è un curioso dibattito. Lo storico Francesco Maria Accinelli nel ‘700 ipotizza che l’Inghilterra di Riccardo Cuor di Leone nel 1190 chiese a Genova il permesso di utilizzare la bandiera di san Giorgio per le sue navi. Infatti, si diceva che i pirati e i nemici al solo vedere la bandiera bianco-rossa si tenessero alla larga, tanto era temuta la flotta genovese. C’è però chi nega questa teoria affermando che l’Inghilterra già un secolo prima usasse questo vessillo come dimostrerebbe il celebre ricamo di Bayeux ritraente la conquista normanna dell’Inghilterra.
Nell’opera di Pietro Francesco Sacchi, vediamo una teatralità manierista: la principessa indecisa tra lo scappare e il fissare il suo salvatore e poi i dettagli del drago, come quelle ali dai tantissimi occhi, a significare il male che ti vede ovunque.

San Giorgio: in posa monumentale
L’ultima sala ci mette di fronte a un capolavoro del Rinascimento di Andrea Mantegna: come non riconoscere “la sua firma” in quella ghirlanda che incornicia il san Giorgio in posa monumentale. Il santo è sereno, tranquillo, trionfante. La storia del drago è alle spalle, ora si gusta la vittoria.
Da notare quel virtuosismo in cui la nuca del santo è riflessa nell’aureola.
Sparito per secoli, il dipinto è ritrovato nel 1834 nella collezione del marchese Manfrin. Ma il suo ritrovamento è tutt’altro che al sicuro. Prima lo vogliono acquisire i più grandi musei esteri. Ed è solo grazie ad una mossa del direttore delle Gallerie dell’Accademia, Pietro Selvatico, se nel 1856 resta a Venezia.
Ma poi la dominazione austriaca lo vuole trasferire a Vienna e, questa volta, sarà una sollevazione popolare a trattenerlo in laguna. Una vicenda che è esempio di come l’arte non sia solo raffigurazione bensì un vero e proprio orgoglio nazionale.

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La prima mostra su san Giorgio a Genova. Opere dal Louvre per il santo che uccise il drago e che è simbolo della città
La figura di San Giorgio accompagna Genova nei secoli. Dalla bandiera, alla sua prima banca, fino al nuovo ponte “San Giorgio” che rinasce sulle macerie del Morandi. Per la prima volta nella storia, Genova gli dedica una mostra monografica. Sono 34 opere con prestiti da tutta Italia – tra cui Firenze, Pisa, Roma, Bergamo – e prestiti da tutta Europa – tra cui il Museo del Louvre di Parigi e i musei di Amburgo, Bruxelles e Colonia. È allestita fino al 1 marzo 2026 a Palazzo Reale di Genova.
San Giorgio: il “marchio”
La prima sala ci parla di san Giorgio “marchio della città”. La sua effige è richiesta sui palazzi nobiliari, sugli stemmi, nelle botteghe, sulle monete, sulle bandiere delle navi. Come dimostra il bassorilievo del XV secolo proveniente dal portale di un palazzo della famiglia De Franchi, ubicato nei carruggi.
L’immagine di san Giorgio è associata a prestigio, supremazia e protezione. Perciò non poteva che intitolarsi a lui il Banco di san Giorgio, istituito nel 1407, che, di fatto per molti studiosi, rappresenta la prima banca con funzione pubblica d’Europa.

San Giorgio: il guerriero
La seconda sala approfondisce il tema di san Giorgio come “santo guerriero”. Egli, infatti, è invocato dai soldati durante le Crociate ed appare in visioni a guidare armate celesti. Appare ai genovesi durante la presa di Antiochia nel 1098, ritenuta inespugnabile. Appare al fianco di Riccardo Cuor di Leone, nella terza Crociata del 1191.
La raffigurazione classica di san Giorgio lo celebra nel momento di trafiggere il drago, ed è così anche nella tela in prestito da Venezia, dall’Abbazia di San Giorgio Maggiore. La scena si concentra sull’eroe. La principessa, ad esempio, è piccolina dietro un albero, in secondo piano. Si nota appena. Così come le vicende relative al martirio sono in basso nella predella, quasi fosse un sottotitolo.

San Giorgio: il martire
La terza sala ci parla degli inizi. Quando san Giorgio era “solo” un soldato martire della Cappadocia, nell’attuale Turchia. Non ci sono draghi o principesse, ma non si può dire che non ci fosse già la stoffa da eroe.
Se di per sé il martirio è eroico, Giorgio è un super martire. È perseguitato da Diocleziano e prima di subire la decapitazione nel 303 d.C, va incontro a terribili torture e sfide col demonio, come attestano le Passiones in greco e siriaco.
Pian piano che avanzano i secoli la sua impresa si impreziosisce di fatti. Dal VI secolo inizia ad abbattere un piccolo serpente, dal XII secolo arriva la principessa, dal XIII con l’arte bizantina sale a cavallo ed è un cavaliere che uccide un mostro alato e velenoso.
Da sottolineare che, oltre a san Giorgio, anche altri santi dell’Oriente e sempre diffusi a Genova come san Teodoro, appaiono a difesa dei Crociati e sono “sauroctoni” cioè uccisori di rettili. Oltre ai santi, anche l’arcangelo Michele è spesso dipinto nell’atto di sconfiggere il demonio nelle sembianze di un rettile.
In questa sala c’è un particolare restauro di un dipinto di Bartolomeo Bulgarini, in prestito dal museo nazionale di san Matteo di Pisa. Avvenuto nel 2024, ha tolto ogni dubbio su chi fosse il soggetto. Si pensava fosse san Giorgio ma quelle ali comparse dopo la pulizia hanno confermato altro: è proprio l’arcangelo guerriero.

San Giorgio: il cavaliere
La quarta sala ci permette di dare uno sguardo a tutta la simbologia su san Giorgio. Il cavallo? È la dinamys (forza vitale) del santo, la lancia unisce il valore militare a quello della fede. Il drago richiama al mito di Perseo e nel cristianesimo è il simbolo del Male in ogni forma: Satana, l’Anticristo, l’eresia. La principessa è la Chiesa o l’anima del credente che viene salvata. La città è l’umanità intera che viene convertita.
Il mostro che viene trafitto da san Giorgio è una creatura che racchiude elementi di animali diversi. Striscia o vola o scuote la terra, proprio come avveniva per le sculture gotiche. In mostra c’è, appunto, un doccione del Duomo di Milano: una Gargolla dalle forme di una creatura immaginaria terrificante.

Da notare anche la meravigliosa tavola in prestito da Brescia, dalla Pinacoteca Tosio-Martinengo, in cui appare la principessa ma questa volta di dimensioni uguali al santo. La scena ci proietta, infatti, nel mito del cavaliere e nella “pittura cortese”. Da osservare anche una certa tridimensionalità resa grazie a parte dell’armatura e dei finimenti del cavallo in gesso dorato.
A fissare nell’immaginario di tutta Europa la figura di san Giorgio cavaliere con tutti i tratti che noi riconosciamo ci pensa la “Legenda Aurea” di Iacopo da Varazze del 1260.

Dal Louvre a Genova: i tesoretti
La quinta sala si intitola tesoretti e, d’altronde, tra reliquiari e manoscritti non c’è nome più azzeccato. Tra gli oggetti da non perdere, direttamente dal Louvre c’è un clipeo realizzato con la tecnica diffusa in Oriente del micromosaico. Si tratta di un piccolo tondo in legno e rame fabbricato a Costantinopoli che serviva per la preghiera personale, come le ‘immaginette’ usate oggi. Da notare la maestria delle ombre che rendono il mantello come mosso dal vento.

Il mistero della bandiera
Nella sesta sezione si continua con altri aspetti accennati nella prima sala in cui si parlava “del marchio- san Giorgio”. In mostra ci sono diverse opere che confermano questo intreccio tra sacro e civile e ci permettono di capire meglio il san Giorgio che da devozione personale diventa protettore della collettività. Un’evocazione più che attuale se pensiamo al sindaco Bucci e all’intitolazione del Ponte autostradale (ex Morandi) in San Giorgio, nel 2020.
Ma cosa c’è di più collettivo del simbolo della bandiera di una città? Genova, non a caso, ha scelto come bandiera quella di san Giorgio. E di sicuro è stata una delle prime città ad adottare la croce rossa in campo bianco, vessillo portato dai crociati e dedicato a Giorgio, in qualità di santo guerriero. Ma attorno a questa bandiera c’è un curioso dibattito. Lo storico Francesco Maria Accinelli nel ‘700 ipotizza che l’Inghilterra di Riccardo Cuor di Leone nel 1190 chiese a Genova il permesso di utilizzare la bandiera di san Giorgio per le sue navi. Infatti, si diceva che i pirati e i nemici al solo vedere la bandiera bianco-rossa si tenessero alla larga, tanto era temuta la flotta genovese. C’è però chi nega questa teoria affermando che l’Inghilterra già un secolo prima usasse questo vessillo come dimostrerebbe il celebre ricamo di Bayeux ritraente la conquista normanna dell’Inghilterra.
Nell’opera di Pietro Francesco Sacchi, vediamo una teatralità manierista: la principessa indecisa tra lo scappare e il fissare il suo salvatore e poi i dettagli del drago, come quelle ali dai tantissimi occhi, a significare il male che ti vede ovunque.

San Giorgio: in posa monumentale
L’ultima sala ci mette di fronte a un capolavoro del Rinascimento di Andrea Mantegna: come non riconoscere “la sua firma” in quella ghirlanda che incornicia il san Giorgio in posa monumentale. Il santo è sereno, tranquillo, trionfante. La storia del drago è alle spalle, ora si gusta la vittoria.
Da notare quel virtuosismo in cui la nuca del santo è riflessa nell’aureola.
Sparito per secoli, il dipinto è ritrovato nel 1834 nella collezione del marchese Manfrin. Ma il suo ritrovamento è tutt’altro che al sicuro. Prima lo vogliono acquisire i più grandi musei esteri. Ed è solo grazie ad una mossa del direttore delle Gallerie dell’Accademia, Pietro Selvatico, se nel 1856 resta a Venezia.
Ma poi la dominazione austriaca lo vuole trasferire a Vienna e, questa volta, sarà una sollevazione popolare a trattenerlo in laguna. Una vicenda che è esempio di come l’arte non sia solo raffigurazione bensì un vero e proprio orgoglio nazionale.

