Genova, “Futurismo” a Palazzo della Meridiana

Nella città amata da Marinetti e da cui lanciò la guerra alla pastasciutta, arriva la mostra sul Futurismo: prima avanguardia italiana

Filippo Tommaso Marinetti si laureò in Legge a Genova e con la famiglia veniva spesso a trascorrere le vacanze in Liguria. Per questo, a 150 anni dalla sua nascita, non poteva che esserci festeggiamento migliore se non quello di una mostra sul “Futurismo” in una terra che tanto amava.

È Palazzo della Meridiana a coglierne la sfida e lo fa con la curatela di Simona Bartolena, in collaborazione con Armando Fettolini e il contributo scientifico di Matteo Fochessati, direttore della Wolfsoniana. Bartolena ha già firmato a Genova mostre di successo, come quella sugli “Eredi dei Macchiaioli” o su “Da Monet a Bacon“.

Inaugurata il 19 marzo, c’è tempo per visitarla fino al 12 luglio. In mostra ci sono circa 80 opere con prestiti che vanno dalla Galleria d’Arte Moderna di Genova, la Wolfsoniana, il Museo Campari fino ad archivi d’artista e collezioni private.

Una mostra sul futurismo ma con uno sguardo diverso

Esistono due fasi di Futurismo. Una prima fase che va dal 1909 e si conclude con la Prima guerra mondiale e la morte precoce nel 1916 di Boccioni: “È quella più oggetto di mostre e di testi divulgativi”, spiega Simona Bartolena. Ma, poi, c’è una seconda fase: quella a cui si dedica proprio la mostra genovese che punta a dare ai visitatori nuovi spunti di riflessione, da cui il sottotitolo: “Un altro Futurismo. L’avanguardia degli anni Venti e Trenta e il dialogo con la Liguria“. “La seconda fase dura due decenni e ci parla della diffusione che il Futurismo ha avuto in tutta la Penisola raggiungendo anche le zone più periferiche e sfidando  il “ritorno all’ordine” e l’elitarismo delle avanguardie storiche“.

Come nasce il futurismo?

Era il venti febbraio 1909 quando su Le Figaro comparve un articolo firmato Tommaso Marinetti e la parola “Futurismo”. Il poeta, scrittore e drammaturgo scrisse nero su bianco, con toni duri e accesi, che era giunto il momento di una rivoluzione culturale contro “ogni passatismo”. Nacque così il Futurismo, la prima avanguardia “made in Italy”. Nacque la corrente che cambierà radicalmente i lineamenti di musica, letteratura, teatro, design di tutto il Novecento.

I futuristi celebrano il progresso tecnologico (il tram, l’automobile, le industrie… ) da cui deriva un uomo nuovo e una nuova percezione della realtà. In tutti i campi (pittura, scultura, design..) vogliono raccontarlo. In una parola, raffigurano il movimento: ma non gli interessa l’oggetto in movimento bensì la sintesi plastica del movimento. Come diranno: un cavallo che corre non ha quattro zampe, ma ne ha venti e le forme sono triangolari.

Nel 1910 a firma di Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini vedrà la luce il primo “Manifesto dei pittori futuristi” . Un documento nel quale gli artisti affermano anche le loro radici, ossia l’interesse per il divisionismo e il simbolismo tardo-ottocentesco. Seguirà nello stesso anno un secondo manifesto: “Manifesto tecnico della pittura futurista” a dettagliare il terremoto di cui sono promotori, rivendicando il bisogno di “un nuovo linguaggio ricercando gli effetti smaterializzanti della luce e della velocità”.

“La magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità” – Filippo Tommaso Marinetti –

“La velocità ci ha dato una nuova nozione di spazio e tempo e per conseguenza di vita stessa” – Gino Severini –

Futurismo e commistioni

Nella prima sala si vedono artisti che hanno gravitato nel Futurismo rimanendone indipendenti ma assorbendone motivi che portano ad una commistione, ad esempio, tra Futurismo, Simbolismo e Cubismo. Ben evidenti in “Zircone” di Sexto Canegallo, in “Chitarra e compostiera” di Giuseppe Oriani e in “Danza del fuoco” di Giuseppe Cominetti.

Futurismo
Giuseppe Cominetti “Danza del fuoco (o di Fauni)”, olio su tela (1918, collezione privata)

Aerofuturismo

La seconda sala ci porta subito nella fase del “Secondo Futurismo“, caratterizzato “da manuale” con due tendenze: l’Aerofuturismo che si diffonde negli anni ’30 (aeropittura, aeroscultura, aeropoesia …) e l’arte meccanica, che si sviluppa a partire dagli anni ’20. Qui si è pronti a volare! A tema c’è l’Aerofuturismo nel suo stile più descrittivo. “L’Aerofuturismo nasce sull’onda emotiva di una nuova mitologia: l’aviazione”, spiega la curatrice, “personaggi come Baracca, D’Annunzio, Ferrarin, Balbo, Locatelli con le loro trasvolate e i loro radi aerei stavano diventando i nuovi eroi nell’immaginario collettivo”. C’è da sottolineare, poi, che l’Aerofuturismo “si oppone al ritorno al Classicismo e ai codici di un’arte di regime, celebrando la libertà creativa”.

Futurismo
Olga Biglieri Scurto “Aeropittura” , olio su cartone telato (1938, collezione privata)

Aerofuturismo cosmico

Forme biomorfe, astrazioni, accenti surreali, simbologie spirituali. La terza sala ci porta ancora più in alto, nel cosmo. Ma forse al contrario ci porta ancora più all’interno. Nel profondo di noi stessi. Si affronta una declinazione specifica dell’aerofuturismo: quella cosmica. “Una sfumatura del futurismo complessa che tende a rappresentare mondi trascendenti con qualche affinità elettiva con le istanze surrealiste“, dice la curatrice.

“Ci si allontana da ogni verismo e da ogni ricordo della realtà, si esprime il senso umano e terrestre della metamorfosi che l’uomo contiene nel suo slancio stratosferico” – Filippo Tommaso Marinetti –

Liguria, terra d’elezione

Ampio spazio alla mostra è dedicato alla Liguria nella quarta sala. Territorio che ebbe un ruolo significativo nello sviluppo del movimento. Non solo Genova, città amata da Marinetti. Si riflette anche su La Spezia: “Il Golfo di La Spezia ispira tutti i protagonisti del movimento che gli dedicano opere sempre in bilico tra esaltazione del paesaggio naturale e celebrazione della modernità dei cantieri navali e delle industrie del territorio”. E poi c’è Chiavari, che nel 1931 ospita un’importante mostra d’arte Futurista, nel Palazzo della Esposizione Permanente del Litorale Tirreno di Levante. A Genova, proprio nella Trattoria ‘Carlotta’ in Sottoripa era nato il gruppo futurista “Sintesi“, con esponenti come Marinetti, Tullio d’Albisola, Picollo e Alfieri. Così come da Genova Marinetti lancerà la sua guerra contro la pastasciutta nel “Manifesto della cucina futurista”.

Un movimento poliedrico

La quinta sala sottolinea quanto il futurismo sia poliedrico. Si susseguono più di cinquanta manifesti soltanto dal 1909 al 1916 (e ne seguiranno altri anche dopo). Il futurismo ha da dire su tutto: cinema, letteratura, musica, teatro, cucina, moda. Nella prosa ci sono le onomatopee di Marinetti. Nella moda, c’è l’anti-cravatta di alluminio di Di bosso. Nella musica, Luigi Russolo inventa gli “intonarumori” e altri strumenti che accompagneranno la nascita della musica elettronica. Nel 1915, il manifesto particolare sulla “Ricostruzione futurista dell’Universo“, firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero, (quest’ultimo esponente di spicco del Secondo Futurismo) ci dice però che l’artista non è soltanto destinato ad uno specifico settore ma ha un raggio d’azione universale. L’intento è “per ricostruire l’universo rallegrandolo cioè ricreandolo integralmente”.

Futurismo e Campari

È frizzante l’ultima sala, proprio come i campari che raffigura. Sulle pareti si celebra il rapporto tra l’azienda e l’artista Fortunato Depero: uno dei casi più eclatanti di futurismo e comunicazione pubblicitaria. Depero per Campari realizza poster, oggetti, totem. “L’eredità lasciata da Depero nel campo della comunicazione pubblicitaria fu così importante che dopo di lui, l’idea stessa di pubblicità non fu più la stessa”.

“Quando vivrò di quello che ho pensato ieri, comincerò ad avere paura di chi mi copia” – Fortunato Depero –

Futurismo Campari
Futurismo
Nicolay Diulgheroff “cordial campari”, tecnica mista su carta (Galleria Campari)

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